Fu la Radio il primo medium che disse “Il protagonista sei TU”

Quel medium caldissimo. La diedero per spacciata la Radio. Quando arrivò la TV, in molti dissero che era ferita gravemente e che sarebbe morta dopo un’agonia più o meno lenta. Lei che era stata il primo vero mass medium che aveva accelerato e diffuso i processi dell’informazione e, per prima, aveva cominciato a trasformare il mondo nel villaggio globale. Seppe reagire la radio, lentamente ma intelligentemente, proprio mutando di ottica: cominciando a rivolgersi non alla massa ma al singolo individuo dando spazio alle sue esigenze d’informazione nel “drive time” e al suo desiderio di protagonismo. Perché la radio è un medium caldissimo che coinvolge ed emoziona creando una sorta di rapporto intimo tra ascoltatore e conduttore. Insomma, la radio era 2.0 molto tempo prima che Internet e i Social esistessero e potessero decretare, in maniera più estesa e definitiva, il valore del coinvolgimento, della relazione, dei contenuti prodotti direttamente dagli utenti. “Il protagonista sei tu” fu un’intuizione precoce della Radio che precedette davvero di molti decenni la celebre copertina di Time del 2006.

Arbore e Boncompagni

I mitici anni a cavallo del decennio 60-70. Lo so, molti giovani non hanno mai sentito parlare della mitica trasmissione “Chiama Roma 3131” e di Moccagatta, Taddei e Boncompagni: si dava la possibilità d’intervenire e interagire nel programma via telefono. Era il 1969 e l’anno dopo s’inserì l’innovazione-rivoluzione di Alto Gradimento di Renzo Arbore e, ancora, Gianni Boncompagni: cloni ed evoluzioni di queste due trasmissioni sono giunti, talvolta anche con notevole successo fino a noi e, per molti aspetti, caratterizzano anche i format di molte web radio, amate dai così detti “nativi digitali”. Furono anni di svolta: a cavallo del nuovo decennio, già si sentivano i vagiti ancora abusivi e sperimentali delle scalpitanti “radio libere” alle quali poi, nel 1974, la Corte Costituzionale riconoscerà piena cittadinanza.

BragaFare radio non è parlarsi addosso. Ma per “fare radio”, che sia un’emittente tradizionale o una Web radio, non bastano un microfono e un’app: altrimenti parli da solo, amplificato ma da solo. Per “fare radio” occorrono ancora le medesime tre cose: i contenuti, una rete di ascoltatori, la capacità di coinvolgimento.  E le tre cose, oggi più che mai, si mescolano in maniera totale: dove finisce il coinvolgimento e dove comincia l’autorialità?  “TwitandShout” è stato per due anni un coraggioso esperimento innovativo di Alex Braga & C. su Radio2 Rai con il quale si è dato una voce e un’amplificazione a Twitter e soprattutto ai suoi protagonisti: un primo tentativo di coniugare un mass e un social medium. E, non ho difficoltà, a definire fortemente innovativa un’altra iniziativa della stessa Radio2: RaiTunes di (e con) Alessio Bertallot. In questo caso, non solo i contenuti, ma il format stesso della trasmissione erano (felicemente) condizionati dagli ascoltatori/protagonisti.

Poi Radio2 ha fatto marcia indietro: parzialmente per Twitandshout, totalmente per RaiTunes. Peccato! Ma le rivoluzioni sono così. Procedono a scatti, a ondate; ma intanto la quotidianità è arricchita della risacca continua di una miriade di web radio che possono giovarsi delle tantissime app che ne consentono l’ascolto anche a prescindere dal tradizionale FM. Insomma c’è del nuovo sulla battigia.

Del perché tutto questo non si è tradotto in un maggior investimento pubblicitario sul medium Radio, lo vedremo in una prossima occasione.

Commenti

commenti

Marco Stancati

Comunicatore d’Impresa: nel tempo Responsabile aziendale, Consulente Direzionale, Docente alla Sapienza di Roma, Dir. Responsabile di periodici. I suoi progetti si muovono su un duplice versante/obiettivo: “comunicazione” come competenza trasversale irrinunciabile per il manager e “social media” come strumenti pubblicitari, didattici e neocreativi. E’ con passione: nonno, nuotatore, ciclista, talent scout (di manager e artisti).

You may also like...

2 Responses

  1. Leo Sorge says:

    La lezione di quella radio fu presa dalle migliaia di startup dell’epoca, le radio private. Quei ragazzi e giovani uomini furono i precari del nuovo medium liberalizzato, creando una nuova imprenditorialità con nuove forme di finanziamento che coinvolse forse alcune centinaia di migliaia di persone (migliaia di radio con decine di migliaia di “soci” e centinaia di migliaia di collaboratori). Ma c’è sempre un precedente: il modello dell’epoca era quello della precedente rivoluzione mediatica, il ciclostile. E prima ancora… B-)

  1. December 11, 2014

    […] Per “fare radio” occorrono ancora le medesime tre cose: i contenuti, una rete di ascoltatori, la capacità di coinvolgimento. E le tre cose, oggi più che mai, si mescolano in maniera totale: dove finisce il coinvolgimento e dove comincia l’autorialità?  […]

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>